Avete notato com’è difficile dire certe cose? Intendo… dire le cose vere, come si sono svolte, come stanno accadendo in questo momento e poi anche, alla fin fine, come le viviamo nel nostro cuore.
Non parlo della Verità, perché secondo me la Verità è un concetto di portata cosmica che va ben oltre l’umano. No, parlo soltanto del Vero nel quotidiano, di quello che viene spesso intrappolato dalle parole, quelle che diciamo, che trasmettiamo o che riceviamo. È proprio questo Vero a essere terribilmente difficile da formulare e da captare.
… Non solo perché ognuno di noi ha un universo interiore con un lessico personale non necessariamente simile a quello del vicino… ma perché a volte nel quotidiano il Vero non è così facile da comprendere e quindi da accettare, tanto che preferiamo disdegnarlo.
Avvertiamo immediatamente quando sta toccando un punto che ci mette in difficoltà, o che ci fa persino male. Allora neghiamo ciò che abbiamo udito o letto, oppure deploriamo ciò che abbiamo creduto giusto dire o scrivere, proprio come se, in ciò che abbiamo espresso o ricevuto, qualcosa ci avesse tradito o si fosse avvicinato allo spazio che riteniamo inavvicinabile.
Le parole sono figlie – purtroppo spesso maldestre – dei pensieri, mentre i pensieri nascono spontaneamente dall’inevitabile dualità dell’incarnazione. Dire che una certa persona è bella non significa forse affermare implicitamente che altre lo sono di meno o persino che sono brutte?
Un’opinione non è necessariamente un giudizio, certo, ma fa parte di quell’ingranaggio in cui, in questo mondo, ogni vita si trova impigliata: l’ingranaggio del Due, del Bene, del Male, del Giusto, dell’Ingiusto, dello Splendido o ancora dell’Orrido. Non se ne viene fuori…
Allora, che dobbiamo fare? Non dire nulla per timore di essere fraintesi? Non ascoltare nulla per non rischiare di capire male e poi, in fin dei conti e di conseguenza, non fare assolutamente più nulla per timore di sbagliare?
Potremmo chiamarla vigliaccheria… anche se molti hanno l’abilità di farci credere che si tratti di magnanimità, equanimità o, persino, di una capacità di “guardare le cose con una prospettiva superiore”.
La soluzione sta senza alcun dubbio nel padroneggiare ciò che chiamiamo il Verbo, nella sua vicinanza di ogni istante. Questa padronanza è appannaggio di pochi Maestri di Saggezza, grandissimi quanto rari. Più rari di quanto si creda.
Possedere una simile padronanza non significa solo saper dire ciò che vogliamo con le parole più adatte e al momento giusto. Se questa qualità è sicuramente un talento, il fatto di possederla non rivela necessariamente la padronanza del Verbo.
Il Verbo appare quando la vibrazione nascosta nelle parole si mostra tanto potente da operare inevitabilmente una trasmutazione, visibile o meno. Non sono le parole in quanto tali a esprimerla, ma l’Essenza luminosa che sta a monte di esse, e che solo alcune anime sanno evocare.
Circa 2000 anni fa, ho conosciuto un Essere che sapeva manifestare questo Verbo… A volte la presenza del Verbo in Lui Lo spingeva a dire cose che non erano piacevoli da ascoltare, per nessuno. Non necessariamente cose appartenenti all’ambito della Verità infinita, visto che Egli stesso si è rifiutato di definirne il concetto… ma cose che fanno parte del Vero di ogni giorno.
E così denunciava l’ipocrisia, la menzogna e il furto, non perché si arrogasse il diritto di giudicare, ma perché Lui era in grado di farlo senza passione né cattiveria, come idealmente dovrebbe esserlo ogni insegnante di fronte a quelli che dovrebbero considerarsi – con umiltà – allievi della Vita.
Posso sicuramente affermare che a volte quell’Essere, con la portata delle proprie parole, ha ferito qualcuno. Ne era perfettamente consapevole, e approfittava di quelle circostanze per ricordare che “mettendo il dito sulla piaga” può succedere di far male, senza per questo “fare il male”. Perché ovunque in noi ci sono pezzi di corazza che devono staccarsi, e lo schioccare della frusta del Vero può avere questa funzione.
Lui non ha mai voluto ferire nessuno. Ha soltanto messo in evidenza ferite che già esistevano, quelle che gli “io-me” quotidiani si erano autoinflitti da tempo. Le ferite dell’egoismo o dell’inganno, per esempio, e poi tutte quelle che sono all’origine della smania di potere, di qualunque natura.
Quindi Lui sapeva “dire”… aveva questo dono assai raro.
Forse certi Saggi sono avari di parole – quando non scelgono il silenzio totale – proprio perché sono coscienti di non padroneggiare ancora completamente il Verbo. Alcuni si limitano a benedire, cosa che non significa necessariamente approvare, ma piuttosto offrire un seme di Grazia nella speranza che germogli.
Forse sarebbe una soluzione raggiungere un livello di coscienza in cui poter decidere di non lasciare più il minimo appiglio alla dualità? Non lo so… ma questo modo di essere richiede una forza interiore di cui pochi sono capaci. E la soluzione non è certamente questa. Ognuno recita la sua parte come può.
Fortunatamente per la nostra umanità, non tutti i Saggi osservano il silenzio, altrimenti il nostro mondo sprofonderebbe ancora di più nella cecità e nella comodità di un altro tipo di silenzio, quello della vigliaccheria di fronte alle ingiustizie.
È proprio dalla vigliaccheria che bisogna assolutamente allontanarsi, a costo di dare ancora un po’ l’impressione di fare il gioco della dualità.
Due le cose essenziali: non perdere di vista il fatto che si tratta effettivamente di un gioco… e comprendere che, prima di volerne uscire, da questo gioco, tocca a noi migliorarne le regole.
È una questione di coraggio.
© DANIEL MEUROIS
traduzione di Renata Germanet
Gennaio 2010
